31 maggio 2007

Presentazione a Modena

Sabato 9 giugno alle ore 17:30 vi invitiamo a Modena

presso la libreria FELTRINELLI, via Cesare Battisti 17,

per la presentazione del volume

"Francigena - Novellario a.D. 1107"

con gli autori
Simone Covili, Elisa Guidelli e Gabriele Sorrentino
presenterà l'evento
Gianni Braglia presidente dell'associazione "Terra e Identità"

28 maggio 2007

Il novizio e il suo maestro

Tutto era iniziato a Settembre, quando frate Anselmo era giunto dalla venerabile abbazia di Nonantola per visitare un anziano confratello, prossimo al suo fortunato incontro con l’Onnipotente. Anselmo era un uomo imponente e venerando. Portava una folta barba, ormai grigia, ed enormi sopracciglia sotto le quali gli occhi sembravano scomparire. Parlava come un filosofo greco e tutti coloro che lo ascoltavano restavano rapiti dal suo carisma.
Gilberto era stato incaricato di assistere Anselmo durante il suo soggiorno. Inizialmente intimidito, il giovane era stato colpito dalla grande umanità e saggezza del frate che, dal canto suo, sembrava apprezzare la compagnia di quel ragazzo intelligente ma ingenuo e acerbo. Così, quando Anselmo aveva chiesto al priore di portare Gilberto con se a Nonantola come suo discepolo, il ragazzo aveva pregato il superiore di acconsentire.
Erano partiti una fragrante mattina di fine settembre e ora, lasciatisi dietro Baioaria, erano a poche ore da Modena, la città che Anselmo voleva mostragli.
“Ti piacerà, vedrai: stanno compiendosi i lavori per una nuova grandiosa cattedrale.”
Gilberto non vedeva l’ora di visitare la fabbrica e non aveva alcuna intenzione di fermarsi.

Giunsero a Modena il sei ottobre 1106, a notte inoltrata. Una densa nebbia inondava la campagna circostante, salendo dai campi e dai canali e dando alla città l’aspetto di un fantasma di pietra.
Mentre si avvicinavano, Gilberto sentiva un lamento provenire dalla mura. Era una sorta di litania ossessiva e triste, un canto di supplica.
Noi adoriamo l’eccelsa santità di Cristo, a lui doniamo i nostri canti di giubilo…Santa Maria, splendida madre del Cristo insieme a san Giovanni ottieni per noi queste cose…Confessore di Cristo, pio servo del signore, o Geminiano, supplica con le preghiere che dal flagello, che pure meriteremmo, possiamo scampare per grazia del Re dei cieli…”
“Cos’è questa litania, maestro?”
“Sono i canti delle scolte della città. Le ronde che presidiano le mura passano la notte invocando la protezione di Cristo, della Vergine e del patrono Geminiano. Cantano per farsi coraggio e non sentire il freddo che penetra i cuori e mina la volontà.”
Quando furono vicini a porta Cittanova, Gilberto vide i soldati, ombre che galleggiavano nella nebbia, ragazzi poco più grandi di lui eppure più adulti, induriti nello sguardo e chiusi nelle loro corazze di cuoio. C’erano anche chierici che montavano la guardia insieme ai militi: tutti salmodiavano quella litania che Gilberto mai avrebbe dimenticato.
Si recarono al monastero di San Pietro, dove c’era anche la Casa ospitale per i pellegrini e gli infermi. Il padre guardiano, un vecchio tarchiato e dal volto antipatico, aprì loro la porta con scortesia, lamentandosi per l’orario. Gilberto crollò addormentato e Anselmo, pur sapendo di venir meno al dovere del maestro, non lo destò per il mattutino.
Il ragazzo si svegliò che il sole era già alto nel cielo, col volto placido di chi ha dormito perfettamente.
“Andiamo” gli disse dolcemente Anselmo, osservandolo in tralice, un po’ divertito. “Oggi vedrai qualcosa che da vecchio potrai raccontare ai tuoi discepoli.”
Dalle prime ore della mattina, centinaia di persone si erano riversate in città dal contado e affollavano i dintorni del Duomo.
La fabbrica della cattedrale era un cantiere enorme. I maestri muratori, carpentieri e decoratori lavoravano senza sosta intorno all’enorme edificio, che sembrava volersi liberare dalle catene in cui le ridotte dimensioni del centro cittadino l’avevano costretto. I mazzuoli e gli scalpelli rimbombavano, gli argani stridevano e tutto l’edificio risuonava di voci concitate.
“Tirate via quell’impalcatura, non vorrete che la Comitissa ci debba passare in mezzo!” gridava uno.
“Ancora un momento.”
“Non lo abbiamo un momento. Tra poco saranno qui. Smonta tutto, dopo ricominceremo.”
“Ci mancava anche questa scocciatura, come se di problemi non ne avessimo già abbastanza! Fare e disfare è tutto un lavorare.”
“Cosa vuoi che ti dica: nobili e preti, gente che non lavora non può preoccuparsi di certe cose...”.
La chiesa era stata costruita partendo contemporaneamente dalla facciata e dai tre absidi. I due tronconi dell’edificio, ormai ultimati, sarebbero stati uniti tra loro non appena demolita la vecchia basilica ad corpus, i cui ruderi sorgevano ancora trasversalmente alla nuova. Sulla mole della basilica svettava la torre civica, a base quadrata, ornata di monofore nel terzo pseudopiano e di una bifora nel quarto, coperta da quattro spioventi di coppi. Gilberto osservò a bocca aperta la vigorosa struttura, ancora incompleta: altissima e possente, con una sola porta nella facciata, sembrava lo sfavillante castello di Dio che lui si immaginava eretto nel punto più alto del Paradiso.
Anselmo guidò Gilberto all’interno della cattedrale, dove la folla era enorme. Il ragazzo ammirò le tre navate e le file di colonne che sembravano una selva di pietra.
“Cosa succede, maestro?”
“Seguimi.”
Il frate portò il suo discepolo verso la cripta, sorretta da decine di colonne con capitelli romani riutilizzati. Un corridoio tra la folla era difeso da uomini armati di bastoni. In mezzo ad esso una bara di pietra conteneva le spoglie di San Geminiano, ivi traslate qualche mese prima. Diciotto cittadini vegliavano amorevolmente sul sepolcro.
“Il Papa!” gridò qualcuno.
Come un’eco quell’esclamazione si propagò tra la folla, che ondeggiò mentre centinaia di teste si voltavano verso l’unica porta della chiesa. Papa Pasquale, entrò nella nuova Cattedrale, accompagnato dalla Comitissa Matilde, dai vescovi, dai cardinali e da tutti i dignitari della città e del contado. Con lui c’erano il vescovo modenese Dodone, da poco insediatosi, e quello reggiano Bonsignore. Il Pontefice tenne un discorso al popolo assiepato al termine del quale concesse la remissione dei peccati mentre tutti i chierici, di ogni ordine e grado, pregavano e cantavano con venerazione. Furono Bonsignore e Lanfranco ad aprire il sarcofago tra la commozione di tutti.
Le spoglie del patrono erano lì. La gente si segnò più volte e salmodiò con gioia e timore, il viso rigato dalle lacrime. Il Papa consacrò l’altare e molti resero omaggio al santo portando doni; Dodone recò un calice con patena mentre la Comitissa Matilde condusse oro, argento e un ricco pallio.
“Amano proprio il loro Santo” mormorò Gilberto.
“Egli ha salvato questa città dalle acque che l’avevano invasa e da Attila in persona, celandola in un’impenetrabile coltre di nebbia. Si è anche recato a Bisanzio dove ha cacciato Satana, esorcizzando la figlia dell’imperatore Gioviano. Anche questa chiesa non ci sarebbe stata senza di lui: erano rimasti senza materiali e il santo ha ispirato l’architetto Lanfranco, che ha rinvenuto qui vicino una necropoli romana, con tutta la pietra necessaria.”
“Un grande cristiano…”
“Non so quante di queste tradizioni siano vere, ma certamente era un fedele che pregava con devozione in tempi difficili e questo già basterebbe a farne un Santo: guarda! Dalla tomba hanno estratto un altarolo portatile di pietra.”
Una lastra di serpentino a grana fine venne sollevata con rispetto affinché tutti la potessero vedere.
“Pregava davanti a quello” disse il novizio con un filo di voce. “Ne faranno di certo una venerata reliquia. Nulla, però, potrà eguagliare la semplicità mistica di quell’altare portatile!”
“Oggi hai imparato la tua prima lezione: Dio è nella devozione, anche la più semplice” commentò Anselmo, guardandolo compiaciuto.
Terminata la messa solenne, restarono nei pressi della fabbrica per parecchio tempo, ammirando la grandezza di Dio espressa nell’ingegno umano. L’edificio era circondato da impalcature piuttosto precarie su cui gli operai si muovevano con maestria: stavano ultimando la copertura del tetto e le decorazioni di contorno. Solo a edificio ultimato gli scultori avrebbero decorato la facciata e lo stipite della porta, secondo i dettami di Wiligelmo.
“Guarda quella metopa” indicò Anselmo con gaiezza, “l’hanno appena ultimata.”
“Sembra un uomo, eppure...” disse Gilberto sforzando la vista.
“Ha attributi femminili!” rise Anselmo.
“Ma è inaudito! Quella è la casa del Signore!”
“Il Signore dimora qui perché il popolo possa adorarlo. Il popolo riconosce e ama queste figure allegoriche: perché, allora non dargli quello che desidera, se questo fa si che si senta più a suo agio avvicinandosi alla sua chiesa?”
“Fatico a capire.”
“Comprenderai. Inoltre, come puoi notare, la maggior parte di queste raffigurazioni è sull’esterno della chiesa: simboleggiano il male e la superstizione che si devono fermare fuori dal Tempio di Dio. Oggi, però, non è giorno di lezioni: dobbiamo divertirci. È un gran momento per questa città.”
Il giorno dopo ripartirono per Nonantola. Gilberto diede un’ultima occhiata nostalgica alla città e alla cattedrale che svettava sulle case del borgo, affiancata dalla strana torre quadrata.

Pochi giorni dopo giunsero a Nonantola, dove per Gilberto iniziò una nuova vita. I primi mesi furono i più belli della sua esistenza. L’abbazia era enorme e ricchissima, con possedimenti in tutta la pianura Padana.
Quando fu ricevuto dall’abate Damiano, che era già piuttosto anziano, il ragazzo era tesissimo: aveva la gola secca e temeva di non riuscire ad articolare bene le parole.
“Benvenuto a Nonantola, figliolo. Fratello Anselmo mi ha parlato molto bene di te. Dice che sei un ottimo amanuense.”
“Fratello Anselmo è troppo buono, padre, ho molto da imparare ma adoro stare nello scriptorium.”
“Posso chiederti perché?”
“Non me lo sono mai chiesto…” rispose Gilberto imbarazzato; poi, temendo di far la figura dello sprovveduto, aggiunse: “Credo sia perché si respira la storia.”
“Spiegati meglio.” Damiano sembrava molto interessato.
Gilberto, sulle spine, ribatté titubante: “Vedete, padre, negli scriptoria e nelle biblioteche noi ricopiamo testi antichi che altrimenti si perderebbero nelle nebbie della storia. I testi sacri, ovviamente, sono i più importanti; anche gli scritti dei grandi pensatori e degli storici pagani, però, sebbene affetti dall’errore, sono testimonianze importantissime…”
“Bravo. Credo sia questo lo spirito giusto. Frate Germano è il bibliotecario dell’abbazia. È un uomo saggio e abile ma, come molti di noi, paga queste virtù con l’età avanzata…”
L’abate sorrise. “Gli serve un aiutante: vorresti essere tu?”
Gilberto avrebbe voluto correre al collo di Damiano per abbracciarlo ma, con grande sforzo, riuscì a mantenere un invidiabile contegno.
“Sarà un onore per me.”

“Padre Anselmo, padre Anselmo!”
“Dimmi.”
“L’abate... vedete, mi ha chiesto…”
“Di diventare aiuto bibliotecario” finì per lui il frate.
“Posso?”
“Non devi chiedere il permesso a me” rise Anselmo.
“Non vedo l’ora di cominciare.”
“Bravo. Ti troverai bene con frate Germano: è un brontolone ma è una brava persona.”
“Non vi deluderò.”
“Lo so. Prima, però, ti porterò a vedere questa abbazia, una delle più potenti e invidiate della Cristianità. L’abate Damiano ha dato inizio alla fabbrica della nuova chiesa di San Silvestro, che per anni è stata danneggiata da incendi, terremoti e incuria. Egli è un uomo di grande fede e rigore, che aderisce pienamente alla riforma cluniacense. È stato lui a portare Nonantola alla causa guelfa.”
La fabbrica era degna di quella vista a Modena, tanto che vi lavoravano anche alcuni allievi di Wiligelmo. Il nuovo edificio aveva tre navate e la facciata di mattoni chiari, alleggerita da una bifora. Gli scalpellini stavano ornando stipiti e architrave del portale con bassorilievi raffiguranti scene sacre e la gloriosa storia abbaziale. All’interno l’edificio era austero, retto da una moltitudine di pesanti pilastri di cotto; un sapiente gioco di finestre proiettava la luce solo sull’altare che costituiva il fulcro visivo della struttura. Il suo maestro lo guidò nella cripta retta da sessantaquattro colonne e venti semicolonne in cotto, con capitelli molto antichi, alcuni dei quali addirittura bizantini. Qui l’altare ospitava le reliquie di Sant’Anselmo, davanti alle quali maestro e novizio pregarono a lungo.
Gilberto poté ammirare anche le reliquie dei Santi Sinesio e Teopompo che anni prima erano state portate in processione, salvando Modena e Nonantola dalla peste. Erano racchiuse in una cassetta lignea rivestita in lamina d’argento con il coperchio a tronco di piramide.
“Guarda questo reliquiario: è l’opera di un grande orefice longobardo.”
“È stupendo”.
“Osserva le figure dorate a sbalzo, sono raffinatissime.”
“È vero. Questo angelo, maestro, è bellissimo.”
Gilberto indicò la figura con un fiore nella mano destra, appoggiato al più centrale di tre archetti a tutto sesto che ornavano la fascia anteriore del reliquiario. Vi erano colonnine con i capitelli fogliati, che si ripetevano sul coperchio e sui lati lunghi dell’urna. Il ragazzo si soffermò rapito sui simboli dei quattro evangelisti: il vitello di Luca nell’arco di destra, il leone di Marco in quello di sinistra, l’angelo di Matteo e l’aquila di Giovanni sui lati corti.
“Ora ti mostrerò una cosa che ti lascerà di stucco” disse Anselmo, destandolo dai suoi pensieri.
“Qualcosa di più bello di questo?” chiese incredulo il ragazzo.
“Vieni con me.”
Gilberto seguì Anselmo verso una loggetta dove era conservato un prezioso reliquiario a forma di croce di foggia bizantina. Era di lamine d’argento con cinque piccoli smalti raffiguranti altrettanti santi greci.
“C’è la Santa Croce?” chiese Gilberto titubante.
“Esatto. È uno dei frammenti più grossi. Secondo la tradizione fu donata dal Papa a Sant’Anselmo”.
“Ne avevo sentito parlare ma a vederla fa tutto un altro effetto”.
“Puoi ben dirlo. Toccalo.”
“Posso?”
“Non aver paura.”
Tremante, Gilberto posò il palmo della mano destra sul reliquiario, assaporandone col tatto la superficie fredda e leggermente ruvida. Rimase così, in preghiera, per alcuni minuti. “Pulsa” disse quando ritrasse la mano. “Parla di sofferenza ma anche di qualcos’altro…”
“… di gioia e speranza?”
Gilberto annuì timidamente col capo e Anselmo sorrise al suo novicius, mostrando i denti che, nonostante l’età, biancheggiavano sani tra i fili della folta barba ingrigita.

G.S.


* brano tagliato dall'incipit della versione definitiva di Francigena - Novellario a.D. 1107
* immagine: Anselmo da Paule e il novizio Gilberto nel tratto di Michela Salotti e Franco Garioni

21 maggio 2007

Come avere Francigena - Novellario a.D. 1007

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17 maggio 2007

Presentazione a Calendasco (Pc)

Domenica 20 maggio alle ore 17:30
vi invitiamo a Calendasco (Pc) presso la sala del Castello per un incontro sulla
Via Francigena
Verrà presentato il volume, in cui una parte è dedicata al paese di Calendasco,
"Francigena - Novellario a.D. 1107"





con gli autori
Elisa Guidelli e Gabriele Sorrentino
Sarà presente l'editore Fabrizio Filios
Al termine verrà offerto un aperitivo a tutti


03 maggio 2007

Ad Transitum Padi

“Non credi, caro Rainaldo, che sia il caso di fare una sosta?”
Rosso si deterse una goccia di sudore dalla fronte e guardò il compagno che camminava accanto a lui di buona lena. L’uomo sembrava ancora fresco come un fringuello, nonostante il loro viaggio non fosse stato così leggero. Erano partiti ore prima da Santa Cristina insieme alla loro scorta, con due muli carichi di ricche mercanzie, e non si erano riposati un solo istante. Tornavano da un lungo viaggio dalla città lagunare di Venezia, dove si recavano ogni due mesi per acquistare tessuti pregiati provenienti da Costantinopoli e rivenderli nei mercati padani.
“E perché mai? Vuoi fermarti proprio ora che si sente già l’aria di casa, fratello mio? Non sei forse contento all’idea di rivedere la tua famiglia?”
“Certo che sì, ma sto parlando di bisogni assai concreti, Rainaldo. Ora ci starebbe proprio bene una sorsata d’acqua e un tozzo di pane, il mio stomaco inizia a farsi sentire.”
Rosso si accarezzò la pancia tonda per cercare di tenere a bada i brontolii che la squassavano e Rainaldo si lasciò sfuggire una grassa risata.
“Per tutti i santi, hai una caverna al posto del ventre?!” esclamò facendosi beffe di lui.
Suo fratello chinò il capo e dissimulò l’imbarazzo dando un colpetto di tosse e ricomponendosi alla bell’e meglio.
“Ebbene, così sia!” disse infine Rainaldo, accendendo di gioia gli occhi di Rosso. “Faremo la sosta che mi chiedi, ma solo dopo che avremo attraversato il fiume.”
Il mercante indicò col dito davanti a sé, mostrando in lontananza a Rosso e alla loro scorta il traghettatore che per qualche soldo li avrebbe portati sull’altra riva del Po.
Né vecchio né giovane, appoggiato a un lungo remo di legno scuro, se ne stava ritto sull’argine, segnando con la sua presenza il punto preciso del guado dove si poteva attraversare l’immensa distesa d’acqua che luccicava sotto i raggi del sole. Quando vide arrivare i due uomini con gli armigeri, fece un cenno con la testa per salutarli; non erano i suoi primi clienti, quel giorno: al mattino aveva già fatto traversare un folto gruppo di pellegrini, che avevano facce stanche e gambe pesanti. Era stato un sollievo, per loro, sedersi sulla sua chiatta e riposarsi lasciandosi galleggiare, guardando il fiume farsi sempre più scuro e profondo man mano si avvicinavano al letto, poi di nuovo più chiaro e trasparente mentre si approssimavano finalmente alla riva opposta. Avevano osservato i pesci guizzare tra le onde e si erano goduti la brezza fresca e gentile in tutta tranquillità. Uno solo di loro si era lasciato prendere dal panico, e si era messo a pregare Iddio di non farlo morire annegato: a quello spettacolo, il traghettatore si era limitato ad alzare le spalle e a scuotere la testa, manovrando col remo e tenendo i propri pensieri per sé.
“Felice giornata, signori, posso esservi d’aiuto?” chiese con un sorriso.
Rosso notò che era parecchio sdentato, e molto probabilmente doveva aver avuto un passato movimentato, poiché gli mancava un pezzo d’orecchio che sembrava tagliato di netto. Nonostante questo, dava l’idea di un uomo scaltro ma retto.
“Potete traghettarci?” disse Rainaldo.
L’uomo valutò con calma, infine disse: “Non tutti insieme.”
“E per questo, ci farete pagare il doppio?”
“Dovrei...” rispose lui vago, “ma possiamo accordarci.”
Mentre Rainaldo era impegnano nelle trattative con il traghettatore, uno dei guerrieri della scorta richiamò l’attenzione di Rosso, che gli fece cenno di avvicinarsi. Si spostarono un poco in disparte per parlare da soli.
“Se attraversiamo, lasceremo il territorio lombardo.”
“È esatto.”
“Gli accordi non riguardavano la zona al di sotto del Po. Dobbiamo rinegoziare il compenso.”
A quelle parole, Rosso impallidì e si chiese come mai proprio adesso, a un solo giorno di cammino dalla sua amata magione, dalla moglie e dai figli, i suoi armigeri dovevano decidere di piantargli una siffatta grana.
“Ma sapevate che dovevamo arrivare a Piacenza, e siete già stati pagati profumatamente!”
“Gli accordi prevedevano il servizio di scorta per il territorio lombardo” replicò duro il soldato. Il mercante sapeva bene che era una menzogna, ma non voleva far alterare l’uomo, che era ben armato e aveva con sé altri tre dei suoi: non era prudente mettersi contro a dei mercenari come quelli, pronti a tutto pur di guadagnare mezzo soldo in più.
Rosso si girò smarrito e vide Rainaldo stringere la mano al traghettatore e voltarsi verso di lui. Colse al volo l’occasione per fargli capire con uno sguardo che qualcosa non andava. Il fratello lo raggiunse subito, appena in tempo per cogliere il succo del discorso.
“Cercate di capire. Noi non possiamo permetterci di darvi altro denaro. Abbiamo dato fondo a quel poco che avevamo da parte.”
“Spiacente, ma se le cose stanno così le nostre strade si dividono ora.”
“Ma senza una scorta saremo facile preda dei briganti, sapete che zone pericolose sono queste!”
“Allora pagate, e avrete la vostra scorta. Se non pagate, che Dio sia con voi.”
Rainaldo e Rosso si guardarono negli occhi e fecero un triste cenno d’assenso, dopodiché congedarono gli armigeri che girarono le cavalcature per tornare al galoppo da dov’erano venuti. Il traghettatore aveva seguito la scena da lontano, appoggiato saldamente al suo remo.
“Se l’intuito non mi inganna, non vi siete persi molto” disse l’uomo, una volta che quelli furono scomparsi. Aveva aiutato i due mercanti a far salire sulla chiatta i due muli recalcitranti, che sembravano proprio non volerne sapere di stare in equilibrio su qualche asse di legno. Per risolvere la situazione, Rosso aveva infine bendato le bestie, che si erano fatte più mansuete e si erano lasciate guidare nonostante la loro proverbiale diffidenza.
“Perché parlate così?” chiese Rainaldo.
“Perché mi sembra strano che dei baldi guerrieri come quelli facciano tante storie per attraversare il Po. Li conoscevate bene?”
“A dire il vero, no. Li abbiamo assoldati in quel di Venezia.”
L’uomo alzò il mento e socchiuse gli occhi.
“Forse chissà, hanno preferito non avere sorprese dalla parte opposta della riva.”
“Pensate che abbiano una taglia sulla testa?!” esclamò allarmato il mercante.
“Può essere, o forse semplicemente non sono graditi e ne sono consapevoli. Chi può dirlo?” rispose lui scrollando le spalle. Con uno sforzo, diede un colpo al remo e iniziò a guadare il fiume dirigendo la chiatta verso il punto opposto d’approdo.
“Comunque sia, noi ora siamo senza scorta.”
“Dove siete diretti?”
“A Piacenza” rispose Rosso mentre accarezzava a turno il muso dei muli, per tenerli tranquilli.
“Vi conviene fare sosta a Calendasco, stanotte, e trovarne una nuova domani mattina.”
“Se la troviamo...”
I due mercanti piacentini iniziarono a pensare a come organizzare il resto delle ore che mancavano al tramonto. In quella zona v’era stato, in un lontano passato, l’antico porto romano, poi erano giunti dalle terre del Nord i temibili longobardi, che l’avevano soggiogata sotto il loro dominio sfruttandola per le sue straordinarie qualità strategiche. Dopo la conquista carolingia, ci avevano pensato i vescovi conti a rendere quello di Calendasco un territorio ricco e potente, costruendo un castello massiccio e sicuro, imponendo dazi e gabelle a mercanti e viaggiatori, proteggendo gli abitanti con guardie e cavalieri armati, richiamando pescatori e navaroli attirati dal grande fiume pieno di ogni ben di Dio. Era una zona di grande importanza, abbastanza per attirare canaglie e sbandati capaci di tutto pur di rubare un tozzo di pane.
“Potrete trovare riparo all’hospitale dei pellegrini, mentre la cercate” consigliò loro il traghettatore. “Se vorrete approfittare della sosta forzata traendone buon frutto, concedetevi una visita alla chiesa di Santa Maria, così potrete chiedere protezione alla Signora del cielo.”
“Siete un fervente servitore di Dio, buon uomo?” chiese Rainaldo con malcelata sorpresa.
“Faccio quel che posso, mio signore, ma una cosa è certa: è sempre meglio avere un protettore in più, seppure in Paradiso, che un amico in meno sulla terra” rispose lui ammiccando.
A quella battuta così sincera, i due fratelli risero di cuore e decisero di seguire il suo suggerimento una volta giunti a Calendasco. Scelsero poi di assaporare in silenzio l’attraversata del grande fiume, così incredibilmente calmo e accogliente, e di godere appieno di quel momento di rara tranquillità e leggerezza che non avevano ormai da mesi, sulle strade dei commerci e delle guerre che ricamavano i territori del Nord. E si sentivano soltanto lo sciabordio delle onde a infrangersi contro la chiatta e il lento, regolare rumore del remo che, sapiente, tagliava le potenti acque del Po.

E.G.



* per scoprire cosa accade a Rosso e Rainaldo, leggilo sul romanzo Francigena - Novellario a.D. 1107
* immagine: fotografia di Via Francigena - guado - la stele di Sigerico per gentile concessione dell’autore Umberto Pini