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19 luglio 2007

Diabolus faber

Il sole stava calando dietro le montagne e Beatrice si sedette sul greto sassoso del Trebbia. Il suo sguardo vagò sul fiume, che scorreva incurante di lei, sulle cime che incoronavano silenti la valle e sugli animali al pascolo. Avvolta da quella natura placida, sentendosi protetta dalla rassicurante presenza del vicino borgo di Bobbio, la ragazza, dopo molti mesi, riuscì a riflettere.
La sua mente era un turbinio di immagini fosche: i mercenari che saccheggiavano il suo castello, il volto terrorizzato delle sue sorelle, quello di Lanfranco compito nell’abbraccio infido della morte, Ariprando che pendeva dalla forca con la lingua gonfia e il collo spezzato. Per quanto duri, non erano quei ricordi a opprimerla: ormai ci conviveva da mesi. Erano piuttosto le ombre scure che si annidavano nel profondo della sua coscienza a terrorizzarla. Esse emergevano nelle notti più buie come lupi bramosi e affamati, per ricordarle che era fuggita, li aveva abbandonati, che era colpevole di non essere morta con loro.
Nei suoi sogni, però, Arturo appariva sempre a salvarla, piombando sui suoi nemici trasfigurato di luce bianca, come un angelo guerriero. Brandiva quella strana spada corta e colpiva con furia.
Arturo. Cosa avrebbe fatto, una volta giunto a Roma? Se lo conosceva bene come credeva, il ragazzo sarebbe partito per la sua crociata. Lei lo avrebbe seguito? C’era posto per lei in Terrasanta? Desiderava vivere con lui, ormai lo aveva capito. Quello che non capiva e non osava scoprire era quali fossero le reali intenzioni del ragazzo. Quanto il suo amore per lei sarebbe stato più forte del suo onore.
L’onore. Aveva ucciso suo padre, che per difendere la parola data ai suoi alleati era stato tradito da tutti, trovandosi solo. Forse l’avrebbe privata anche dell’uomo che amava.
“Dio maledica l’onore!” imprecò la ragazza a denti stretti. Poi il suo sguardo si posò sul ponte, un drago di pietra pieno di gobbe, undici arcate diseguali che, secondo la leggenda, erano state costruite da Satana e dai suoi diavoli. Arturo le aveva raccontato la tradizione che voleva che fosse stato San Colombano in persona a ingannare il demonio per ottenere la ricostruzione del ponte, distrutto da una piena. Nell’ospitale dove alloggiavano aveva sentito una seconda versione, dove Satana approfittava della cupidigia dell’oste della locanda che ancora si ergeva al di là del fiume. Il malcapitato desiderava un ponte che unisse la sua taverna alla città per aumentare i propri guadagni e, tra una bevuta e l’altra, aveva dichiarato a un vecchio avventore di essere disposto a vendersi l’anima per quello. Neanche a dirlo, il vecchio altri non era che Belzebù, lesto a siglare il patto e costruire il ponte in una notte. Solo la scaltrezza della moglie dell’oste aveva evitato il peggio: la donna, astuta e timorata di Dio, aveva notato che la gente, passando sul ponte, si esprimeva con turpiloqui e bestemmie nel superarne faticosamente le gobbe. Non solo, molti passanti, superato il fiume, si abbandonavano all'alcool della trattoria dimenticando i doveri famigliari. Si era quindi rivolta al vescovo e, con uno stratagemma, aveva fatto ubriacare il demonio affinché tutto il clero e alcuni pii parrocchiani, potessero benedire il ponte e riempirlo di croci e statue per purificarlo. Al diavolo non era rimasta altra possibilità che fuggire maledicendo tutti.
Beatrice credeva poco ad entrambe le versioni che, pur diverse, esprimevano lo stesso concetto: un’opera del demonio era stata utilizzata per aiutare gli uomini grazie alla potenza di Dio. Attratta da quel pensiero di speranza si accinse ad attraversare il ponte. Voleva osservarlo meglio di come aveva fatto quando era giunta con Roberto ed Arturo, tre giorni prima. Quel manufatto la attirava e la inquietava, con la sua forma disarticolata come le dita nodose di un vecchio.
Dietro di lei le prime luci si accendevano nelle abitazioni di Bobbio, come fiammelle che presto la notte avrebbe vinto. Le ronde già cominciavano a pattugliare le mura, non sarebbe passato molto tempo prima della chiusura delle porte.
Doveva fare presto.
Mise il piede sul ponte e notò con un brivido che nessuno lo stava attraversando. Dalla locanda al di là del fiume, quella che forse era appartenuta all’incauto oste della tradizione, venivano canti di gozzoviglie. Le ombre della sera, proiettate dai parapetti diseguali e dalle croci, si allungavano su di lei come spettri. Sotto di lei il Trebbia schiumava rabbia, alzando nubi di goccioline che si fondevano con la nebbia che si alzava dal fiume.
Beatrice sobbalzò quando in un gorgo le parve di scorgere il ghigno beffardo di qualcosa che assomigliava a un folletto maligno.
“Non devo farmi condizionare” si disse, “è solo un ponte”.
Giunse a metà del percorso che le la nebbia ormai avvolgeva la bizzarra struttura. Erano giorni che, in quelle valli non avevano incontrato foschia, ed era strano che ci fosse una coltre così impenetrabile. Lì, in uno dei punti più bassi del passaggio, il rumore del torrente sembrava il respiro di un animale e l’odore umido della bruma penetrava le narici con crudeltà. Beatrice sapeva di dover tornare indietro. Non poteva certo ammirare la costruzione con una visibilità così ridotta e, anzi, restando lì rischiava di mettere un piede in fallo e cadere nel Trebbia. Ciononostante era incapace resistere al richiamo del ponte e non riusciva a costrastarlo.
Il tempo sembrava essersi fermato e anche il luogo dove si trovava pareva essere di un altro mondo. Nelle ombre della sera, tra le volute di nebbia, le sembrava di scorgere tutte le persone che lei aveva tradito.
Beatrice sobbalzò. Lanfranco la osservava da una delle gobbe del ponte, racchiuso in un involucro di foschia. Strabuzzò gli occhi alcune volte, ma la figura era sempre lì. Fece alcuni passi verso lo spettro. “Lanfranco, perdonami!”
Lui non rispose ma la sua espressione si intristì.
“Beatrice...” Da oltre il parapetto alla sua destra la chiamò una voce famigliare. La ragazza si affacciò e tra i gorghi del Trebbia il volto di suo padre apparve torvo. “Sono morto senza sepoltura!”
“Mioddio!” cantilenò lei tremante. Si voltò per correre verso Bobbio ma perse l’orientamento. La nebbia ormai copriva il ponte del diavolo come un sudario sporco. La città era celata alla sua vista e così la locanda che si trovava sull’altra sponda. Un sussurro nella notte la fece urlare di paura. “Mi hanno violentata fino ad uccidermi, per vendicarsi della tua fuga!” la rimproverò Cristala, apparendo per un istante all’ombra di una delle croci erette sul ponte per esorcizzarne la sinistra fama.
Beatrice non resse a quest’ultima apparizione e si mise a correre alla cieca, scivolò sulla pietra umidiccia del ponte e cadde rovinosamente. Restò lì, al buio, piangente.
“Non è colpa tua” le disse una voce suadente.
“Chi sei?”
“Sono il padrone di questo ponte.”
“Sei... Satana?”
“No” ridacchiò lui. “Satana non si abbassa a questi lavori di bassa manovalanza. Diciamo che sono un suo discepolo.”
“Cosa vuoi da me?!” Beatrice era talmente scossa dalle apparizioni che non si rendeva nemmeno conto della bizzarria della situazione.
“E’ la stessa domanda che volevo fare io. Sei salita sul mio ponte in una notte buia e nebbiosa. Il tuo cuore è pieno di dolore e, quindi, credo tu voglia qualche cosa da me.”
“Non voglio nulla. Dio mi proteggerà.”
“Non mi sembra che ultimamente sia stato troppo presente...” insinuò la voce.
“Adesso le cose sono cambiate.”
“Ah, certo, il giovane bretone. Come si chiama? Arturo, giusto? Proprio come il portatore di Excalibur. Lui però è dubbioso. Divide l’amore per te con quello per il Dio che ti ha tradita. Ti porterà via anche lui, per la sua sciocca guerra Santa!”
Sotto l’apparenza suadente, Beatrice, coglieva l’astio che l’entità provava mentre parlava. Era come un rumore di sottofondo, un suono catarroso a malapena celato dalla musicalità di quella voce.
“Lasciami stare!” urlò raggomitolandosi sulla pietra del ponte, resa umida dalla nebbia.
“Io ti ho solo mostrato i tuoi scheletri nell’armadio. Ora sta a te decidere. Vuoi attendere che il tuo bel cavaliere parta per Gerusalemme e ti proponga di chiuderti in un convento? Se glielo impedirai lui soffrirà e non sarete mai felici insieme. O preferisci aspettare che il vecchio tenti di abusare di te? Allora il ragazzo lo ucciderà e verrà forse condannato a morte per omicidio. Tu allora sarai la causa della loro morte, come di quella dei tuoi cari.”
“Cosa dovrei fare?” Beatrice piangeva copiosamente.
“Vattene, lontano da loro! Fuggi senza voltarti. Loro non meritano la tua sozza compagnia. Il tuo destino è espiare le tue colpe. Per te non ci sarà mai redenzione. No, no...”
Quel ringhioso anatema la colpì come una coltellata. La vista le si annebbiò per le lacrime mentre la nebbia, sempre più fitta, si popolava di creature orribili e mutevoli che davano forma ai suoi incubi di bambina: streghe e orchi la circondavano mostrando fauci fameliche pronte a sbranarla.
“Arturo!” gridò.
La voce aveva cessato di tentarla e il silenzio era calato sul ponte come un sudario. Anche il rumore del Trebbia era appena un sussurro attutito. Sola nel buio, Beatrice incominciò a singhiozzare. Con le mani sudate strinse il ciondolo di San Giovannino, che già una volta l’aveva aiutata.
Come in risposta al suo gesto di supplica, un canto cominciò a riempire il ponte, i cui contorni erano incerti schizzi nella nebbia. Sulle prime, pensò che si trattasse della corrente del fiume, poi si accorse che proveniva da un punto del ponte posto da qualche parte davanti a lei. Era una litania ancestrale che sembrava provenire dalla pietra stessa, composta da parole di una lingua antica come il mondo stesso. Seguendo la voce argentina, Beatrice giunse a una luminescenza che dominava una delle gobbe più irregolari del ponte. Una strana figura androgina, che sembrava fatta di vento, suonava un’arpa, anch’essa dall’aspetto leggero e immateriale.
“Chi sei?” chiese la ragazza speranzosa.
“Sono la signora di questo guado. Se lo vuoi, ti indicherò la via per uscire da questo banco di nebbia.”
“Ma... il diavolo?”.
“Lascia stare quel vanesio. Io esisto da secoli, vivevo qui ben prima che quell’essere e il suo Signore venissero precipitati dove è pianto e stridore dei denti (1). Se lui qui ha qualche potere, è perchè glielo permetto io.”
“Cosa devo fare?”
“Non ho la soluzione ai tuoi problemi. Posso però farti tornare in città, sarai poi tu a decidere cosa è meglio per te.”
“Grazie.”
“Non ringraziarmi. Per me è un piacere, non mi capita spesso di poter chiacchierare con la tua specie, da quando voi uomini non credete più in me. Ti basterà pronunciare tre volte il mio nome e io ti trarrò in salvo.”
La creatura pronunciò una parola suadente, in una lingua morta da tempo infinito.
Beatrice esitò per un istante. Molte leggende raccontavano che, pronunciando il nome di qualche creatura demoniaca, si rischiava di diventarne vassallo. D’altra parte, non aveva altre soluzioni: la nebbia era fittissima e non sembrava aver intenzione di diradarsi. Il freddo cominciava a penetrarle le membra, intorpidendogliele. Strinse più forte il ciondolo e disse il nome che l’essere le aveva suggerito. Poi lo ripeté una seconda volta.
“Brava. Ora pronuncialo l’ultima volta” la incalzò l’apparizione, celando a fatica una certa impazienza.
“Va bene....”
Beatrice aveva appena pronunciato la prima delle tre sillabe che componevano il nome, quando sentì un brontolìo scuotere il ponte. Per un attimo l’apparizione smise di suonare l’arpa e perse coesione. Ci fu un frenetico scalpiccio di zoccoli e una figura sfavillante piombò sul gigante di pietra squarciando la bruma con la sua spada dardeggiante. La sua armatura brillava di luce lunare e il suo candido mantello schiaffeggiava gli ultimi brandelli di foschia scoprendo un meraviglioso cielo stellato. Era Arturo come le appariva nei sogni, scintillante come un cielo stellato, mentre montava Morgen, che sembrava essa stessa un cavallo mitologico. Il suo sogno si era avverato.
Il canto argentino della Signora del Fiume trasfigurò nello stridulo grido di rabbia della voce che per prima l’aveva ammaliata. Con un’imprecazione volgarissima, il diavolo lasciò il ponte che aveva costruito decenni prima.
Il bianco cavaliere la osservò con occhi carichi di dolcezza, che brillavano da dietro il cimiero argentato, ornato da un pennacchio coloro della luce lunare. Il bel cavaliere rinfoderò la spada corta e solo allora Beatrice si accorse che era del tutto identica alla strana lama che Roberto di Puglia custodiva così gelosamente. Con un gesto di saluto il cavaliere si accomiatò da lei e se ne andò al galoppo.
La ragazza corse verso Bobbio ed entrò al sicuro delle mura pochi istanti prima che le pesanti porte di legno rinforzato venissero chiuse. Mentre percorreva i vicoli verso l’ospitale che divideva con i suoi compagni di viaggio, Beatrice meditava sul significato di quella sua strana visione. Era convinta che la forza che l’aveva salvata a Rocca Alta era intervenuta nuovamente per aiutarla. Era sicura che lo avesse fatto assumendo le sembianze di un cavaliere del tutto simile all’Arturo dei suoi sogni. Cosa voleva dire quella visione? Come mai il cavaliere non impugnava il solito gladio, dal quale non si separava mai, ma la strana e inquietante spada di Roberto? Queste cose, Beatrice le ignorava.


G.S.

(1) Matteo 25:26-27,30
(2) Per scoprire cosa accade a Beatrice, Arturo e Roberto, leggi Francigena - Novellario a.D. 1107

18 giugno 2007

Il Cavaliere di Galleno


Gli esseri della selva: alberi, biancospini, edere e gramigne avanzavano inesorabili, divorando, espandendosi, fermandosi solo per osservare come giganti l’opera dell’umano intelletto: un serpente sinuoso che porta sulla schiena miriadi di menti, pensieri ed emozioni, lavoro e fatica. Mutevole nella sua immutabilità la strada, abbandonata e invecchiata, cede alla pressione del giovane bosco che con le sue scheletriche radici sollevava le pietre trasformandole in denti aguzzi pronti a cibarsi dei calzari dei poveri pellegrini…

“Sono giorni che camminiamo nella boscaglia al margine della strada” sentenziò Fagolio ripresosi dai suoi filosofici pensieri.
“Sai che preferisco questa verde solitudine alla compagnia dei viandanti” rispose secco Icaro.
“Preferirei scambiare qualche chiacchiera anche con altri esseri umani: Icaro stai uccidendo la mia anima di bardo!”
“Non sia mai che mi macchi di tale delitto! Non stai bene nel bosco? Senti com’è soffice il terreno, ricoperto di foglie, e com’è fresca l’aria qui dove il sole arriva senza la sua prepotenza.”
“Si ma la strada è bella, piena di gente, spaziosa e ampia cosa che non si può dire di questo posto” fece notare Fagolio spostandosi velocemente dalla traiettoria di un ramo lasciato da Icaro. “Si ma anche scomoda dolorosa per i piedi e stancante. Sai bene Fagolio, che dopo la caduta dell’Impero ben poche strade si sono mantenute: troppe guerre, troppi signori e troppi affari per mantenerle come allora.”
“Eppure so di una strada perfetta, una strada così ben tenuta che par di camminar sul marmo.”
“Ed io so bene quanto tu ami mentire e raccontare storie!”
“Che possa perder la voce se non è come dico, l’ho sentito dire da un mercante ad Altopascio: all’altezza del borgo di Galleno c’è un tratto della via detta francigena che par esser stata benedetta, difatti non vi è calzar di pellegrini che li difetta!” recitò Fagolio abbassando il tono della voce.
“Essia Fagolio voglio accontentarti: visto che per molto abbiamo viaggiato nel bosco faremo questa variazione ma ricorda che sarà sol per un breve tratto.”

Per tutta l’ultima ora nel bosco Fagolio, emozionato dalla prospettiva di quella nuova avventura, si mise in testa al piccolo gruppo e, nonostante le gambe corte correva agile fra i rami e le sterpaglie.
Quando giunsero alla strada parve che il mondo fosse cambiato: una luce forte li strappò subito alla penombra alla quale erano abituati mentre la strada che osservavano era completamente diversa da quelle poche viste fino a quel momento: le pietre, bene regolari lisce e di color grigio chiaro, erano tutte allineate. Passandovi una mano era impossibile sentire il piccolo dislivello che normalmente si creava tra una pietra e l’atra poiché gli interstizi erano stati riempiti con quel tanto di malta necessaria a pareggiarle.
“Senti Icaro, senti com’è perfetta”
L’uomo si chinò lasciando scivolare la mano guantata sulla superficie della strada.
“Incredibile” sussurrò “non avrei mai creduto che ancora oggi si potesse osservare una vera strada romana. Guarda Fagolio, non vi sono erbacce ne radici, e lì il bosco è ben allineato al filo della massicciata come un soldato fermo al passaggio del suo signore.”
“Dite bene buon pellegrino anche se è di un soldato malandrino che state parlando”
Fagolio e Icaro alzarono la testa: non si erano minimamente accorti dell’uomo che li osservava seduto al margine della strada. “Sapeste le lotte che devo combatter contro di lui perché non spodesti il suo signore!” continuò l’uomo alzandosi ed elargendo un grande sorriso. “La mia scortesia non ha eguali: il mio nome è Leopoldo Cavalier dei Cadolingi custode di questa via per loro comando.”
Fagolio era felicissimo, aveva gli occhi lucidi dalla gioia di poter conversare con altri che non fossero il cupo Icaro e quel Leopoldo pareva un uomo con tantissime cose da raccontare.
“Il mio nome è Fagolio menestrello Pisano mentre l’uomo al mio fianco si fa chiamare Icaro.”
“Siate i benvenuti pellegrini nel borgo di Galleno che qui ha inizio.”
“Siete forse uno di quei cavalieri di cui tanto si sente parlare? Quelli che provengo dall’ospitale di S.Jacopo?” chiese Fagolio
“O no mio piccolo Signore quelli vesto ambiti monastici e sulla spalla portano il simbolo bianco della croce taumata (1). Indietro dovrete tornare per ammirare il loro il loro simbolo e gustare il loro Calderone (2). Il nostro compito è simile, anche se loro si inoltrano maggiormente nelle Cerbaie, e quindi se mi permettete vi accompagnerò fin dove il borgo finisce.”
“Non vorremmo esserle di disturbo” disse subito Icaro che sentiva un crescente disagio.
Stare sulla strada alla vista della gente lo agitava inoltre quell’uomo, Leopoldo, non aveva avuto il minimo accenno di sospetto o paura nel vederlo, e questo era alquanto strano.
“Nessun disturbo, cammino lungo questa via tutto il giorno, accompagnando i pellegrini e curando la strada: difendendo entrambi dalle insidie che il bosco cela.”
“Un nobile compito il vostro.”
“Il più nobile se posso permettermi mastro Fagolio.”
“Ma non è forse più nobile e valoroso per un cavaliere cimentarsi nell’arte delle armi e conquistare e difendere il feudo piuttosto che vagare in compagnia dei pellegrini?” chiese Icaro a Leopoldo
“Amico mio le vostre parole sono veritiere ma questo mondo è fatto di sottigliezze. Prendiamo ad esempio la mia persona. Da quello che avete appena detto, non seguendo la vita della battaglia, sarei solo un cavaliere di nome e non di fatto ed in effetti d’arme posseggo solo questa corta spada al mio fianco e questo falcetto con cui estirpo le erbacce, ed entrambe non son use alla guerra.
Parliamo ora invece della strada che stiamo percorrendo: è comoda e ben tenuta. Da qui passano tutti i mercanti che fan sosta tra Altopascio, Fucecchio e Castelfranco con il cibo necessario alla popolazione. Inoltre i peleggrini che chiedono ospitalità a Galleno sono innumerevoli e non ve n’è uno che parta col broncio, semmai con un po’ di tristezza al pensiero di ciò che va lasciando.
Tutto questo perché vi è una via che funziona; se la strada fosse dissestata e rotta i carri faticherebbero a raggiungere i paesi e il cibo diverrebbe scarso. Un popolo affamato sarebbe scontento e si rivolterebbe contro i propri signori. Pensate quanto facile sarebbe la vita dei briganti se il bosco invadesse la strada e se nessun cavaliere vi facesse sosta. Quanto sangue si spargerebbe allora? Quali uomini di mondo voi siete sapete anche che il sangue chiama il sangue e allora questa non sarebbe più una terra benedetta dai pellegrini e dai mercanti ma diverrebbe maledetta dagli eserciti: ben poco serve in questi tempi di lotta perché un feudatario ne aggredisca un altro specie se il malcontento dilaga.”
Fagolio lanciò uno sguardo a Icaro che aveva gli occhi fissi sul cavaliere.
“Vedete” continuò Leopoldo chinandosi per strappare dalla via una piccola radice “questi sono i miei saraceni e questa è la terra che devo difendere. Mantenere questo equilibrio è un compito oneroso e difficilissimo ma pieno di soddisfazioni.”
“Abbiamo fatto proprio bene a lasciare il sottobosco e tu che non volevi venire!
Ci saremmo persi queste belle parole!” esclamò Fagolio rivolgendosi a Icaro.
“Camminavate nel bosco?” domandò Leopoldo
“Si. Icaro ama la vita selvaggia oppure teme la gente… adesso mi sfugge sinceramente!”
Icaro aveva notato lo sguardo bieco di Fagolio e prima che dicesse altro lo interruppe.
“Veramente sono in cerca di risposte e penso che la solitudine della selva possa portarmele.”
“Capisco” disse Leopoldo ”ma forse il vostro approccio alla ricerca è errato, datemi retta, se sono le risposte che cercate non lasciate mai la strada. Oggi avete avuto la sventura di incontrare me che ben poco posso dirvi e che non ho pretesa alcuna di sbrogliare i vostri dubbi ma, forse domani incontrerete un grand’uomo o tanti piccoli che con le loro idee e le loro parole saranno in grado di aiutarvi. Non rintanatevi nell’ombra della selva” affermò Leopoldo appoggiando il palmo della mano sul petto di Icaro che subito fece un passo indietro “ma rimanete sulla via della luce.”

In compagnia di Leopoldo quelle poche miglia passarono velocemente. Quando il cavaliere li abbandonò, al confine del borgo, entrambi ebbero la sensazione che tutto si fosse fatto più scuro, meno vivo e Icaro si domandò, in cuor suo, se tutta la bellezza che aveva riempito il suo animo non fosse da attribuire alla presenza di quell’uomo.
“Fagolio?”
“Dimmi”
“Lasciamo la strada...”
Fagolio, sconsolato,abbassò immediatamente lo sguardo.
“…devo congedarmi dal mio mondo. Ho deciso di continuare il nostro peregrinare sulla strada.”
Fagolio saltò dalla gioia e senza perder tempo intonò un dolce canto che parlava di una strada eterna e di un cavaliere fatato suo custode.

S.C.


Note Autore:
1 - I Cavalieri del TAU compiono le loro prime imprese fregiandosi del simbolo del TAU alla fine del XI secolo. Sono Frati dell’ordine di S. Jacopo che si occupano dell’ospitale di Altopascio: diventano un vero ordine cavalleresco solo nel 1239 e si pensa essere il primo ordine religioso-cavalleresco della storia.
2 – Il Calderone era la mensa comune dell’ospitale alla quale sia ricchi che poveri, in egual modo, ricevevano un pasto caldo e sostanzioso.
* Immagine del tratto di Via Francigena che passa per Galleno.

28 maggio 2007

Il novizio e il suo maestro

Tutto era iniziato a Settembre, quando frate Anselmo era giunto dalla venerabile abbazia di Nonantola per visitare un anziano confratello, prossimo al suo fortunato incontro con l’Onnipotente. Anselmo era un uomo imponente e venerando. Portava una folta barba, ormai grigia, ed enormi sopracciglia sotto le quali gli occhi sembravano scomparire. Parlava come un filosofo greco e tutti coloro che lo ascoltavano restavano rapiti dal suo carisma.
Gilberto era stato incaricato di assistere Anselmo durante il suo soggiorno. Inizialmente intimidito, il giovane era stato colpito dalla grande umanità e saggezza del frate che, dal canto suo, sembrava apprezzare la compagnia di quel ragazzo intelligente ma ingenuo e acerbo. Così, quando Anselmo aveva chiesto al priore di portare Gilberto con se a Nonantola come suo discepolo, il ragazzo aveva pregato il superiore di acconsentire.
Erano partiti una fragrante mattina di fine settembre e ora, lasciatisi dietro Baioaria, erano a poche ore da Modena, la città che Anselmo voleva mostragli.
“Ti piacerà, vedrai: stanno compiendosi i lavori per una nuova grandiosa cattedrale.”
Gilberto non vedeva l’ora di visitare la fabbrica e non aveva alcuna intenzione di fermarsi.

Giunsero a Modena il sei ottobre 1106, a notte inoltrata. Una densa nebbia inondava la campagna circostante, salendo dai campi e dai canali e dando alla città l’aspetto di un fantasma di pietra.
Mentre si avvicinavano, Gilberto sentiva un lamento provenire dalla mura. Era una sorta di litania ossessiva e triste, un canto di supplica.
“Noi adoriamo l’eccelsa santità di Cristo, a lui doniamo i nostri canti di giubilo…Santa Maria, splendida madre del Cristo insieme a san Giovanni ottieni per noi queste cose…Confessore di Cristo, pio servo del signore, o Geminiano, supplica con le preghiere che dal flagello, che pure meriteremmo, possiamo scampare per grazia del Re dei cieli…”
“Cos’è questa litania, maestro?”
“Sono i canti delle scolte della città. Le ronde che presidiano le mura passano la notte invocando la protezione di Cristo, della Vergine e del patrono Geminiano. Cantano per farsi coraggio e non sentire il freddo che penetra i cuori e mina la volontà.”
Quando furono vicini a porta Cittanova, Gilberto vide i soldati, ombre che galleggiavano nella nebbia, ragazzi poco più grandi di lui eppure più adulti, induriti nello sguardo e chiusi nelle loro corazze di cuoio. C’erano anche chierici che montavano la guardia insieme ai militi: tutti salmodiavano quella litania che Gilberto mai avrebbe dimenticato.
Si recarono al monastero di San Pietro, dove c’era anche la Casa ospitale per i pellegrini e gli infermi. Il padre guardiano, un vecchio tarchiato e dal volto antipatico, aprì loro la porta con scortesia, lamentandosi per l’orario. Gilberto crollò addormentato e Anselmo, pur sapendo di venir meno al dovere del maestro, non lo destò per il mattutino.
Il ragazzo si svegliò che il sole era già alto nel cielo, col volto placido di chi ha dormito perfettamente.
“Andiamo” gli disse dolcemente Anselmo, osservandolo in tralice, un po’ divertito. “Oggi vedrai qualcosa che da vecchio potrai raccontare ai tuoi discepoli.”
Dalle prime ore della mattina, centinaia di persone si erano riversate in città dal contado e affollavano i dintorni del Duomo.
La fabbrica della cattedrale era un cantiere enorme. I maestri muratori, carpentieri e decoratori lavoravano senza sosta intorno all’enorme edificio, che sembrava volersi liberare dalle catene in cui le ridotte dimensioni del centro cittadino l’avevano costretto. I mazzuoli e gli scalpelli rimbombavano, gli argani stridevano e tutto l’edificio risuonava di voci concitate.
“Tirate via quell’impalcatura, non vorrete che la Comitissa ci debba passare in mezzo!” gridava uno.
“Ancora un momento.”
“Non lo abbiamo un momento. Tra poco saranno qui. Smonta tutto, dopo ricominceremo.”
“Ci mancava anche questa scocciatura, come se di problemi non ne avessimo già abbastanza! Fare e disfare è tutto un lavorare.”
“Cosa vuoi che ti dica: nobili e preti, gente che non lavora non può preoccuparsi di certe cose...”.
La chiesa era stata costruita partendo contemporaneamente dalla facciata e dai tre absidi. I due tronconi dell’edificio, ormai ultimati, sarebbero stati uniti tra loro non appena demolita la vecchia basilica ad corpus, i cui ruderi sorgevano ancora trasversalmente alla nuova. Sulla mole della basilica svettava la torre civica, a base quadrata, ornata di monofore nel terzo pseudopiano e di una bifora nel quarto, coperta da quattro spioventi di coppi. Gilberto osservò a bocca aperta la vigorosa struttura, ancora incompleta: altissima e possente, con una sola porta nella facciata, sembrava lo sfavillante castello di Dio che lui si immaginava eretto nel punto più alto del Paradiso.
Anselmo guidò Gilberto all’interno della cattedrale, dove la folla era enorme. Il ragazzo ammirò le tre navate e le file di colonne che sembravano una selva di pietra.
“Cosa succede, maestro?”
“Seguimi.”
Il frate portò il suo discepolo verso la cripta, sorretta da decine di colonne con capitelli romani riutilizzati. Un corridoio tra la folla era difeso da uomini armati di bastoni. In mezzo ad esso una bara di pietra conteneva le spoglie di San Geminiano, ivi traslate qualche mese prima. Diciotto cittadini vegliavano amorevolmente sul sepolcro.
“Il Papa!” gridò qualcuno.
Come un’eco quell’esclamazione si propagò tra la folla, che ondeggiò mentre centinaia di teste si voltavano verso l’unica porta della chiesa. Papa Pasquale, entrò nella nuova Cattedrale, accompagnato dalla Comitissa Matilde, dai vescovi, dai cardinali e da tutti i dignitari della città e del contado. Con lui c’erano il vescovo modenese Dodone, da poco insediatosi, e quello reggiano Bonsignore. Il Pontefice tenne un discorso al popolo assiepato al termine del quale concesse la remissione dei peccati mentre tutti i chierici, di ogni ordine e grado, pregavano e cantavano con venerazione. Furono Bonsignore e Lanfranco ad aprire il sarcofago tra la commozione di tutti.
Le spoglie del patrono erano lì. La gente si segnò più volte e salmodiò con gioia e timore, il viso rigato dalle lacrime. Il Papa consacrò l’altare e molti resero omaggio al santo portando doni; Dodone recò un calice con patena mentre la Comitissa Matilde condusse oro, argento e un ricco pallio.
“Amano proprio il loro Santo” mormorò Gilberto.
“Egli ha salvato questa città dalle acque che l’avevano invasa e da Attila in persona, celandola in un’impenetrabile coltre di nebbia. Si è anche recato a Bisanzio dove ha cacciato Satana, esorcizzando la figlia dell’imperatore Gioviano. Anche questa chiesa non ci sarebbe stata senza di lui: erano rimasti senza materiali e il santo ha ispirato l’architetto Lanfranco, che ha rinvenuto qui vicino una necropoli romana, con tutta la pietra necessaria.”
“Un grande cristiano…”
“Non so quante di queste tradizioni siano vere, ma certamente era un fedele che pregava con devozione in tempi difficili e questo già basterebbe a farne un Santo: guarda! Dalla tomba hanno estratto un altarolo portatile di pietra.”
Una lastra di serpentino a grana fine venne sollevata con rispetto affinché tutti la potessero vedere.
“Pregava davanti a quello” disse il novizio con un filo di voce. “Ne faranno di certo una venerata reliquia. Nulla, però, potrà eguagliare la semplicità mistica di quell’altare portatile!”
“Oggi hai imparato la tua prima lezione: Dio è nella devozione, anche la più semplice” commentò Anselmo, guardandolo compiaciuto.
Terminata la messa solenne, restarono nei pressi della fabbrica per parecchio tempo, ammirando la grandezza di Dio espressa nell’ingegno umano. L’edificio era circondato da impalcature piuttosto precarie su cui gli operai si muovevano con maestria: stavano ultimando la copertura del tetto e le decorazioni di contorno. Solo a edificio ultimato gli scultori avrebbero decorato la facciata e lo stipite della porta, secondo i dettami di Wiligelmo.
“Guarda quella metopa” indicò Anselmo con gaiezza, “l’hanno appena ultimata.”
“Sembra un uomo, eppure...” disse Gilberto sforzando la vista.
“Ha attributi femminili!” rise Anselmo.
“Ma è inaudito! Quella è la casa del Signore!”
“Il Signore dimora qui perché il popolo possa adorarlo. Il popolo riconosce e ama queste figure allegoriche: perché, allora non dargli quello che desidera, se questo fa si che si senta più a suo agio avvicinandosi alla sua chiesa?”
“Fatico a capire.”
“Comprenderai. Inoltre, come puoi notare, la maggior parte di queste raffigurazioni è sull’esterno della chiesa: simboleggiano il male e la superstizione che si devono fermare fuori dal Tempio di Dio. Oggi, però, non è giorno di lezioni: dobbiamo divertirci. È un gran momento per questa città.”
Il giorno dopo ripartirono per Nonantola. Gilberto diede un’ultima occhiata nostalgica alla città e alla cattedrale che svettava sulle case del borgo, affiancata dalla strana torre quadrata.

Pochi giorni dopo giunsero a Nonantola, dove per Gilberto iniziò una nuova vita. I primi mesi furono i più belli della sua esistenza. L’abbazia era enorme e ricchissima, con possedimenti in tutta la pianura Padana.
Quando fu ricevuto dall’abate Damiano, che era già piuttosto anziano, il ragazzo era tesissimo: aveva la gola secca e temeva di non riuscire ad articolare bene le parole.
“Benvenuto a Nonantola, figliolo. Fratello Anselmo mi ha parlato molto bene di te. Dice che sei un ottimo amanuense.”
“Fratello Anselmo è troppo buono, padre, ho molto da imparare ma adoro stare nello scriptorium.”
“Posso chiederti perché?”
“Non me lo sono mai chiesto…” rispose Gilberto imbarazzato; poi, temendo di far la figura dello sprovveduto, aggiunse: “Credo sia perché si respira la storia.”
“Spiegati meglio.” Damiano sembrava molto interessato.
Gilberto, sulle spine, ribatté titubante: “Vedete, padre, negli scriptoria e nelle biblioteche noi ricopiamo testi antichi che altrimenti si perderebbero nelle nebbie della storia. I testi sacri, ovviamente, sono i più importanti; anche gli scritti dei grandi pensatori e degli storici pagani, però, sebbene affetti dall’errore, sono testimonianze importantissime…”
“Bravo. Credo sia questo lo spirito giusto. Frate Germano è il bibliotecario dell’abbazia. È un uomo saggio e abile ma, come molti di noi, paga queste virtù con l’età avanzata…”
L’abate sorrise. “Gli serve un aiutante: vorresti essere tu?”
Gilberto avrebbe voluto correre al collo di Damiano per abbracciarlo ma, con grande sforzo, riuscì a mantenere un invidiabile contegno.
“Sarà un onore per me.”

“Padre Anselmo, padre Anselmo!”
“Dimmi.”
“L’abate... vedete, mi ha chiesto…”
“Di diventare aiuto bibliotecario” finì per lui il frate.
“Posso?”
“Non devi chiedere il permesso a me” rise Anselmo.
“Non vedo l’ora di cominciare.”
“Bravo. Ti troverai bene con frate Germano: è un brontolone ma è una brava persona.”
“Non vi deluderò.”
“Lo so. Prima, però, ti porterò a vedere questa abbazia, una delle più potenti e invidiate della Cristianità. L’abate Damiano ha dato inizio alla fabbrica della nuova chiesa di San Silvestro, che per anni è stata danneggiata da incendi, terremoti e incuria. Egli è un uomo di grande fede e rigore, che aderisce pienamente alla riforma cluniacense. È stato lui a portare Nonantola alla causa guelfa.”
La fabbrica era degna di quella vista a Modena, tanto che vi lavoravano anche alcuni allievi di Wiligelmo. Il nuovo edificio aveva tre navate e la facciata di mattoni chiari, alleggerita da una bifora. Gli scalpellini stavano ornando stipiti e architrave del portale con bassorilievi raffiguranti scene sacre e la gloriosa storia abbaziale. All’interno l’edificio era austero, retto da una moltitudine di pesanti pilastri di cotto; un sapiente gioco di finestre proiettava la luce solo sull’altare che costituiva il fulcro visivo della struttura. Il suo maestro lo guidò nella cripta retta da sessantaquattro colonne e venti semicolonne in cotto, con capitelli molto antichi, alcuni dei quali addirittura bizantini. Qui l’altare ospitava le reliquie di Sant’Anselmo, davanti alle quali maestro e novizio pregarono a lungo.
Gilberto poté ammirare anche le reliquie dei Santi Sinesio e Teopompo che anni prima erano state portate in processione, salvando Modena e Nonantola dalla peste. Erano racchiuse in una cassetta lignea rivestita in lamina d’argento con il coperchio a tronco di piramide.
“Guarda questo reliquiario: è l’opera di un grande orefice longobardo.”
“È stupendo”.
“Osserva le figure dorate a sbalzo, sono raffinatissime.”
“È vero. Questo angelo, maestro, è bellissimo.”
Gilberto indicò la figura con un fiore nella mano destra, appoggiato al più centrale di tre archetti a tutto sesto che ornavano la fascia anteriore del reliquiario. Vi erano colonnine con i capitelli fogliati, che si ripetevano sul coperchio e sui lati lunghi dell’urna. Il ragazzo si soffermò rapito sui simboli dei quattro evangelisti: il vitello di Luca nell’arco di destra, il leone di Marco in quello di sinistra, l’angelo di Matteo e l’aquila di Giovanni sui lati corti.
“Ora ti mostrerò una cosa che ti lascerà di stucco” disse Anselmo, destandolo dai suoi pensieri.
“Qualcosa di più bello di questo?” chiese incredulo il ragazzo.
“Vieni con me.”
Gilberto seguì Anselmo verso una loggetta dove era conservato un prezioso reliquiario a forma di croce di foggia bizantina. Era di lamine d’argento con cinque piccoli smalti raffiguranti altrettanti santi greci.
“C’è la Santa Croce?” chiese Gilberto titubante.
“Esatto. È uno dei frammenti più grossi. Secondo la tradizione fu donata dal Papa a Sant’Anselmo”.
“Ne avevo sentito parlare ma a vederla fa tutto un altro effetto”.
“Puoi ben dirlo. Toccalo.”
“Posso?”
“Non aver paura.”
Tremante, Gilberto posò il palmo della mano destra sul reliquiario, assaporandone col tatto la superficie fredda e leggermente ruvida. Rimase così, in preghiera, per alcuni minuti. “Pulsa” disse quando ritrasse la mano. “Parla di sofferenza ma anche di qualcos’altro…”
“… di gioia e speranza?”
Gilberto annuì timidamente col capo e Anselmo sorrise al suo novicius, mostrando i denti che, nonostante l’età, biancheggiavano sani tra i fili della folta barba ingrigita.

G.S.


* brano tagliato dall'incipit della versione definitiva di Francigena - Novellario a.D. 1107
* immagine: Anselmo da Paule e il novizio Gilberto nel tratto di Michela Salotti e Franco Garioni

03 maggio 2007

Ad Transitum Padi

“Non credi, caro Rainaldo, che sia il caso di fare una sosta?”
Rosso si deterse una goccia di sudore dalla fronte e guardò il compagno che camminava accanto a lui di buona lena. L’uomo sembrava ancora fresco come un fringuello, nonostante il loro viaggio non fosse stato così leggero. Erano partiti ore prima da Santa Cristina insieme alla loro scorta, con due muli carichi di ricche mercanzie, e non si erano riposati un solo istante. Tornavano da un lungo viaggio dalla città lagunare di Venezia, dove si recavano ogni due mesi per acquistare tessuti pregiati provenienti da Costantinopoli e rivenderli nei mercati padani.
“E perché mai? Vuoi fermarti proprio ora che si sente già l’aria di casa, fratello mio? Non sei forse contento all’idea di rivedere la tua famiglia?”
“Certo che sì, ma sto parlando di bisogni assai concreti, Rainaldo. Ora ci starebbe proprio bene una sorsata d’acqua e un tozzo di pane, il mio stomaco inizia a farsi sentire.”
Rosso si accarezzò la pancia tonda per cercare di tenere a bada i brontolii che la squassavano e Rainaldo si lasciò sfuggire una grassa risata.
“Per tutti i santi, hai una caverna al posto del ventre?!” esclamò facendosi beffe di lui.
Suo fratello chinò il capo e dissimulò l’imbarazzo dando un colpetto di tosse e ricomponendosi alla bell’e meglio.
“Ebbene, così sia!” disse infine Rainaldo, accendendo di gioia gli occhi di Rosso. “Faremo la sosta che mi chiedi, ma solo dopo che avremo attraversato il fiume.”
Il mercante indicò col dito davanti a sé, mostrando in lontananza a Rosso e alla loro scorta il traghettatore che per qualche soldo li avrebbe portati sull’altra riva del Po.
Né vecchio né giovane, appoggiato a un lungo remo di legno scuro, se ne stava ritto sull’argine, segnando con la sua presenza il punto preciso del guado dove si poteva attraversare l’immensa distesa d’acqua che luccicava sotto i raggi del sole. Quando vide arrivare i due uomini con gli armigeri, fece un cenno con la testa per salutarli; non erano i suoi primi clienti, quel giorno: al mattino aveva già fatto traversare un folto gruppo di pellegrini, che avevano facce stanche e gambe pesanti. Era stato un sollievo, per loro, sedersi sulla sua chiatta e riposarsi lasciandosi galleggiare, guardando il fiume farsi sempre più scuro e profondo man mano si avvicinavano al letto, poi di nuovo più chiaro e trasparente mentre si approssimavano finalmente alla riva opposta. Avevano osservato i pesci guizzare tra le onde e si erano goduti la brezza fresca e gentile in tutta tranquillità. Uno solo di loro si era lasciato prendere dal panico, e si era messo a pregare Iddio di non farlo morire annegato: a quello spettacolo, il traghettatore si era limitato ad alzare le spalle e a scuotere la testa, manovrando col remo e tenendo i propri pensieri per sé.
“Felice giornata, signori, posso esservi d’aiuto?” chiese con un sorriso.
Rosso notò che era parecchio sdentato, e molto probabilmente doveva aver avuto un passato movimentato, poiché gli mancava un pezzo d’orecchio che sembrava tagliato di netto. Nonostante questo, dava l’idea di un uomo scaltro ma retto.
“Potete traghettarci?” disse Rainaldo.
L’uomo valutò con calma, infine disse: “Non tutti insieme.”
“E per questo, ci farete pagare il doppio?”
“Dovrei...” rispose lui vago, “ma possiamo accordarci.”
Mentre Rainaldo era impegnano nelle trattative con il traghettatore, uno dei guerrieri della scorta richiamò l’attenzione di Rosso, che gli fece cenno di avvicinarsi. Si spostarono un poco in disparte per parlare da soli.
“Se attraversiamo, lasceremo il territorio lombardo.”
“È esatto.”
“Gli accordi non riguardavano la zona al di sotto del Po. Dobbiamo rinegoziare il compenso.”
A quelle parole, Rosso impallidì e si chiese come mai proprio adesso, a un solo giorno di cammino dalla sua amata magione, dalla moglie e dai figli, i suoi armigeri dovevano decidere di piantargli una siffatta grana.
“Ma sapevate che dovevamo arrivare a Piacenza, e siete già stati pagati profumatamente!”
“Gli accordi prevedevano il servizio di scorta per il territorio lombardo” replicò duro il soldato. Il mercante sapeva bene che era una menzogna, ma non voleva far alterare l’uomo, che era ben armato e aveva con sé altri tre dei suoi: non era prudente mettersi contro a dei mercenari come quelli, pronti a tutto pur di guadagnare mezzo soldo in più.
Rosso si girò smarrito e vide Rainaldo stringere la mano al traghettatore e voltarsi verso di lui. Colse al volo l’occasione per fargli capire con uno sguardo che qualcosa non andava. Il fratello lo raggiunse subito, appena in tempo per cogliere il succo del discorso.
“Cercate di capire. Noi non possiamo permetterci di darvi altro denaro. Abbiamo dato fondo a quel poco che avevamo da parte.”
“Spiacente, ma se le cose stanno così le nostre strade si dividono ora.”
“Ma senza una scorta saremo facile preda dei briganti, sapete che zone pericolose sono queste!”
“Allora pagate, e avrete la vostra scorta. Se non pagate, che Dio sia con voi.”
Rainaldo e Rosso si guardarono negli occhi e fecero un triste cenno d’assenso, dopodiché congedarono gli armigeri che girarono le cavalcature per tornare al galoppo da dov’erano venuti. Il traghettatore aveva seguito la scena da lontano, appoggiato saldamente al suo remo.
“Se l’intuito non mi inganna, non vi siete persi molto” disse l’uomo, una volta che quelli furono scomparsi. Aveva aiutato i due mercanti a far salire sulla chiatta i due muli recalcitranti, che sembravano proprio non volerne sapere di stare in equilibrio su qualche asse di legno. Per risolvere la situazione, Rosso aveva infine bendato le bestie, che si erano fatte più mansuete e si erano lasciate guidare nonostante la loro proverbiale diffidenza.
“Perché parlate così?” chiese Rainaldo.
“Perché mi sembra strano che dei baldi guerrieri come quelli facciano tante storie per attraversare il Po. Li conoscevate bene?”
“A dire il vero, no. Li abbiamo assoldati in quel di Venezia.”
L’uomo alzò il mento e socchiuse gli occhi.
“Forse chissà, hanno preferito non avere sorprese dalla parte opposta della riva.”
“Pensate che abbiano una taglia sulla testa?!” esclamò allarmato il mercante.
“Può essere, o forse semplicemente non sono graditi e ne sono consapevoli. Chi può dirlo?” rispose lui scrollando le spalle. Con uno sforzo, diede un colpo al remo e iniziò a guadare il fiume dirigendo la chiatta verso il punto opposto d’approdo.
“Comunque sia, noi ora siamo senza scorta.”
“Dove siete diretti?”
“A Piacenza” rispose Rosso mentre accarezzava a turno il muso dei muli, per tenerli tranquilli.
“Vi conviene fare sosta a Calendasco, stanotte, e trovarne una nuova domani mattina.”
“Se la troviamo...”
I due mercanti piacentini iniziarono a pensare a come organizzare il resto delle ore che mancavano al tramonto. In quella zona v’era stato, in un lontano passato, l’antico porto romano, poi erano giunti dalle terre del Nord i temibili longobardi, che l’avevano soggiogata sotto il loro dominio sfruttandola per le sue straordinarie qualità strategiche. Dopo la conquista carolingia, ci avevano pensato i vescovi conti a rendere quello di Calendasco un territorio ricco e potente, costruendo un castello massiccio e sicuro, imponendo dazi e gabelle a mercanti e viaggiatori, proteggendo gli abitanti con guardie e cavalieri armati, richiamando pescatori e navaroli attirati dal grande fiume pieno di ogni ben di Dio. Era una zona di grande importanza, abbastanza per attirare canaglie e sbandati capaci di tutto pur di rubare un tozzo di pane.
“Potrete trovare riparo all’hospitale dei pellegrini, mentre la cercate” consigliò loro il traghettatore. “Se vorrete approfittare della sosta forzata traendone buon frutto, concedetevi una visita alla chiesa di Santa Maria, così potrete chiedere protezione alla Signora del cielo.”
“Siete un fervente servitore di Dio, buon uomo?” chiese Rainaldo con malcelata sorpresa.
“Faccio quel che posso, mio signore, ma una cosa è certa: è sempre meglio avere un protettore in più, seppure in Paradiso, che un amico in meno sulla terra” rispose lui ammiccando.
A quella battuta così sincera, i due fratelli risero di cuore e decisero di seguire il suo suggerimento una volta giunti a Calendasco. Scelsero poi di assaporare in silenzio l’attraversata del grande fiume, così incredibilmente calmo e accogliente, e di godere appieno di quel momento di rara tranquillità e leggerezza che non avevano ormai da mesi, sulle strade dei commerci e delle guerre che ricamavano i territori del Nord. E si sentivano soltanto lo sciabordio delle onde a infrangersi contro la chiatta e il lento, regolare rumore del remo che, sapiente, tagliava le potenti acque del Po.

E.G.



* per scoprire cosa accade a Rosso e Rainaldo, leggilo sul romanzo Francigena - Novellario a.D. 1107
* immagine: fotografia di Via Francigena - guado - la stele di Sigerico per gentile concessione dell’autore Umberto Pini